LA CONFIGURABILITA’ DEI REATI DI STALKING E DI VIOLENZA PRIVATA NEL CONDOMINIO

Lo “stalking” è una terminologia anglosassone indicante una sequenza di comportamenti che un soggetto tiene a detrimento di un altro individuo, e che gli affligge mediante atteggiamenti persecutori costituenti reiteratamente minaccia o molestia: così facendo sorge l’idoneità a cagionare nella vittima un perdurante stato di paura o di ansia, oppure il fondato timore di un pericolo per l'incolumità propria o di persone a lei prossime; oppure le conseguenze possono identificarsi nella costrizione della vittima ad alterare le proprie abitudini di vita. Il nostro ordinamento giuridico inquadra la fattispecie dello stalking tra i delitti, e la enumera, dal 2009 (con D.l. del 23.02, n. 11), all’articolo 612-bis del Codice penale con il titolo di reato di “Atti persecutori”. Le manifestazioni assillanti possono essere diverse, così come le più recenti cronache insegnano: reiterati tentativi di comunicazione verbale, scritta o telefonica, via sms, oppure attraverso pedinamenti continui e ripetuti, ovvero mediante altre diverse modalità di intrusione nella vita privata. Spesso lo stalking annega le sue radici in relazioni che sono state stabili in passato ma che con il tempo hanno subìto un logoramento, come ad esempio le relazioni di coppia (costituisce aggravante specifica), i luoghi di aggregazione sociale (scuola, università, posti di lavoro) oppure, non escluso, perfino il condominio (ed i suoi spazi, es. nella cabina ascensore che, se in movimento, può essere invisibile dall’esterno).

In ambito condominiale la Suprema Corte di Cassazione ha avuto recentemente modo di affermare che per integrare il delitto di specie non è necessario che il comportamento persecutorio sia attuato verso la stessa persona. In particolare, la V Sezione penale (con sentenza n. 20895 dello scorso 25 maggio) si è occupata di stalking condominiale ritenendo riduttiva la lettura della norma laddove afferma che gli atti molesti debbano essere rivolti ad una stessa persona. Nel caso specifico, gli atti erano stati rivolti ai danni di più persone tutte di sesso femminile così provocando, in ciascuna di loro, gravi motivi d'ansia al solo pensiero di poter casualmente incappare nel soggetto molestatore. La Corte ha poi sussunto la fattispecie plurima in un unico reato continuato poiché nel caso particolare sussisteva anche il quello di violenza privata che attribuisce procedibilità ex officio (diversamente dal reato di stalking che necessita di querela entro sei mesi, salvo i casi di minori o disabili). Atteso che l’intervenuta remissione della querela non ha sortito l’effetto estintivo auspicato, la fattispecie continuativa è stata riconosciuta sussistente dal momento in cui ogni singola condotta, rivolta ad una sola persona, ha avuto l’effetto di ripercuotersi anche ai danni di tutte le altre. In tal caso, se i supremi giudici sono giunti a tali conclusioni, evidentemente lo hanno fatto perché hanno attribuito rilevanza all’appartenenza ad una particolare composizione sociale, con conseguente comune turbamento anche a discapito degli altri soggetti dell’aggregato seppur non direttamente molestati (e dalle molestie rivolte a persone diverse è dato comprende il motivo della continuazione del reato). Tale situazione non può certo ritenersi trascurabile, dal momento in cui il delitto di stalking, che prevede una pena base da sei mesi a quattro anni, può già considerarsi sotto il vincolo della continuazione (art. 81 del C.p., pena più grave aumentata fino al triplo) con due sole condotte, conformemente a quanto già affermato dalla Suprema Corte (es. Sez. V penale, n. 6417/2010).

Lo stalking si pone in criterio di specialità con i reati di minaccia o di molestia, ma non nei confronti del reato di violenza privata (art. 610 del Codice), perché la violenza privata, che può essere attuata anche con atti violenti, si finalizza a costringere la vittima a fare, a non fare, a tollerare oppure ad omettere un qualche cosa. Quindi la violenza privata si appalesa come una particolare forma restrittiva in riguardo ad uno specifico comportamento del soggetto che subisce la costrizione, andando in tal modo ad interagire direttamente sulla sua volontà. Casi di violenza privata (non unita allo stalking come nel caso suddetto) da tempo sono stati oggetto di giudicato. Il caso più frequente riguarda le modalità, maldestre, di parcheggio delle autovetture in sosta. Di recente sempre la Sez. V penale della Suprema Corte (sentenza n. 7592 del 28.02.2011) ha confermato la sussistenza del reato di specie in capo ad un condomino che, parcheggiata la sua vettura all’interno del cortile condominiale, aveva impedito l’uscita di un altro condomino con il proprio mezzo. L’elemento soggettivo a rilevanza penale ha riguardato la volontà di non aver rimosso l’auto nonostante i diversi inviti che gli erano stati rivolti per circa un’ora. Nella successiva fase processuale l’autore si è giustificato adducendo di non essersi potuto affacciare in quanto intento a cercare le chiavi della vettura, ma se la condanna inflittagli è stata di trenta giorni di reclusione oltre al risarcimento dei danni alla parte civile, evidentemente il collegio giudicante non lo ha ritenuto credibile.

Dott. Enrico Macera

Studio Legale Savi – Genova