MARCIAPIEDE DEL CONDOMINIO: INFORTUNIO DA CADUTA. CHI E’ RESPONSABILE?

Non di rado accade che il titolo di proprietà di un marciapiede antistante un edificio condominiale appartenga alla pluralità dei condomini e che, per varie motivazioni, le condizioni manutentive del manufatto si appalesino pessime. Se poi lo stato di degrado è tale da costituire insidia (ad esempio, per l’assenza di idonea illuminazione in orari notturni oppure per la presenza stagnante d’acqua piovana a seguito di precipitazioni meteoriche), anche una buca potrebbe risultare causa di infortunio ai danni di un qualsiasi soggetto ivi transitante. Allora, sorge la necessità di capire in capo a chi debba gravare la responsabilità risarcitoria. Se poi il tratto in questione risulta aperto al pubblico transito pedonale, quindi non inibito al passaggio, devono necessariamente subentrare diverse ed ulteriori riflessioni. Intanto, la norma civilistica sulla quale incardinare il ragionamento iniziale è l’art. 2051 del Codice, che prevede che ciascuno è

responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia, salvo che provi il caso fortuito”.

Il significato della norma in questione va interpretato nel senso che grava in capo al danneggiato la dimostrazione del nesso eziologico tra la situazione di fatto e la verificazione del danno-evento, mentre l’onere probatorio di esclusione dalla responsabilità (caso fortuito) resta un adempimento essenziale di stretta competenza del custode del bene. Recentemente la Suprema Corte di Cassazione (sent. 18.12.2009, n. 26571) ha ribadito tale assunto, affermando che il soggetto che intende essere risarcito deve dimostrare le anomale condizioni della sede stradale unitamente all’idoneità della stessa ad aver provocato il sinistro, mentre contrariamente il custode convenuto deve provare l’inidoneità, in concreto, della situazione occorsa ad aver provocato l’incidente, o la colpa del danneggiato, od ancora ulteriori fatti idonei ad “interrompere il nesso causale fra le condizioni del bene ed il danno”. Prima facie ne conseguirà che l’ente pubblico resta responsabile per danni, in qualità di custode del bene, quando questo è di natura demaniale, mentre diversamente quando il diritto reale di proprietà del manufatto pedonale si riconduce alla proprietà comune condominiale, ex art. 1117 C.civ.., ne dovrà rispondere quest’ultima.

Analizzando invece il caso non infrequente della sussistenza di una servitù di pubblico transito gravante sulla porzione di proprietà privata, è dato evincere che per tale fattispecie la separazione netta già analizzata non potrà più essere tale, ed i pronunciamenti giurisprudenziali, orientatisi nel tempo verso decisioni più favorevoli al danneggiato, lo hanno apprezzabilmente dimostrato; infatti, se il potere di inibizione al transito pedonale di cui dispone il privato, già gli consente di porsi in condizioni di riduzione del rischi risarcitori derivanti da infortuni, risulta pacifico che tale potere mai potrà essere legittimamente esercitato in presenza di una servitù di pubblico transito.

Allora, la ricerca della responsabilità oggettiva così come statuita dall’anzidetto art. 2051, andrà attagliata a delimitazioni di rischio connotate da principi non sempre coincidenti dal momento in cui la giurisprudenza di merito ha ritenuto estensibili gli obblighi di manutenzione dell’ente pubblico anche per i marciapiedi laterali, per il solo presupposto di far parte della struttura di una strada aperta al pubblico transito dei pedoni.

A tal proposito, la III Sezione della Suprema Corte di Cassazione (sentt. 03.08.2005, n. 16226 e 21.07.2006, n. 16770), ha ritenuto che debbano rientrare nella proprietà pubblica dell’ente comunale tutte le strade con relative pertinenze e, fra le quali, anche i marciapiedi; in tal caso, le ricadute in ambito processuale non sono affatto trascurabili, dal momento in cui la legittimazione passiva del soggetto da citare in giudizio graverebbe in capo (non al condominio, ma) all’ente pubblico.

Ultimamente, la recente sentenza del Tribunale di Bari (Sez. III) del 7 febbraio 2011 n. 390, ha affermato che del danno cagionato dalle buche presenti sul marciapiede ne risponde l'ente pubblico territoriale, tenuto conto della definizione di strada e marciapiede di cui agli artt. 2 e 3 del Codice della Strada e, dal momento in cui il marciapiede è considerato parte integrante della strada. La stessa sentenza ha ricondotto all’ente pubblico, oltre la responsabilità per i danni cagionati all’infortunato, anche gli obblighi manutentivi del manufatto pedonale poiché, essendo lo stesso destinato al transito di un numero indefinito di persone, resta sempre e comunque di uso pubblico con conseguente configurabilità dei poteri-doveri di cui agli artt. 823 ed 825 del C.civ. (“Diritti demaniali sui beni altrui: Sono parimenti soggetti al regime del demanio pubblico i diritti reali che spettano allo Stato, alle province e ai comuni su beni appartenenti ad altri soggetti, quando i diritti stessi sono costituiti per l'utilità di alcuno dei beni indicati dagli articoli precedenti o per il conseguimento di fini di pubblico interesse corrispondenti a quelli a cui servono i beni medesimi”).

Ovvio che la situazione di specie non deve assolutamente giustificare condotte omissive di chi, per evitare dispendiosi lavori, potrebbe scientemente non ritenersi responsabile: piuttosto, ciò che va colto è il significato, sotto forma di impulso, finalizzato ad una partecipazione di spesa, ripartibile in tutto o in parte, ogni qualvolta si ravvisi la necessità di eseguire opere manutentive poste principalmente a salvaguardia dell’incolumità delle persone. In difetto, ogni singolo accadimento andrà valutato attentamente al fine di accertare, specificatamente, se vi possa essere, o meno, inferenza con i casi giurisprudenziali innanzi esplicati od ancora, diversamente, la corresponsabilità di più parti.

Quanto ai termini concessi per agire, normalmente (cioè quando non si è in presenza di reato, anche potenziale, che dilata i termini alla fattispecie penalmente apprezzabile) il diritto al risarcimento del danno (extracontrattaule) si assoggetta al termine prescrizionale quinquennale.


Dott. Enrico Macera

Studio Legale Savi – Genova