RUMORI MOLESTI IN CONDOMINIO. QUANDO E COME SI PUO AGIRE ?

Alloggiare in condominio significa sovente dover convivere con rumori provenienti oltre che dall’ambiente circostante esterno, anche da quello di confine più o meno diretto. Spesso gli ultimi sono quelli più indesiderati. Qualora i rumori si identifichino in disturbi a danno di chi li percepisce, bisognerà valutare se e quando si ci trovi in presenza di condizioni che esorbitano dalla normale tollerabilità: in tal caso, giuridicamente gli si potrà attribuire il significato di molestie. E’ bene anche evidenziare che il limite di tollerabilità non può assurgere a dato matematico assoluto, piuttosto la sua variabilità va necessariamente correlata al contesto di riferimento, al luogo ed al tempo. Differenze notevoli si potranno per esempio avere tra un una grande e trafficata città rispetto a periferie più tranquille; oppure, nello stesso contesto ambientale, tra il rumore di fondo presente di giorno e quello notturno. Il tutto per significare che ogni identico rumore potrà rendersi diversamente manifestabile a seconda delle percezioni create dall’ambiente circostante. Altro aspetto non avulso è la durata e la frequenza dei rumori, perché se un rumore avviene di rado e brevemente, la situazione sarà di norma tollerabile; ma se avrà effetto lungo e ripetuto, la sua connotazione risulterà peggiorativa. Le fonti di rumore in condominio possono non essere poche: apparecchiature sonore ad alto volume, strumenti musicali, schiamazzi, animali, impianti di condizionamento domestici, di refrigerazione commerciale e tant’altro ancora. Premesso ciò, soltanto alcuni singoli esempi giurisprudenziali ne potrebbero idoneamente chiarire gli aspetti, valutate le differenze che vigono tra l’ambito penale, per il quale in passato la Cassazione aveva ritenuto necessario che il rumore dovesse essere avvertito come fastidioso da un numero imprecisato di residenti (orientamento ora mitigato), e quello civile, per il quale l’art. 844 del relativo Codice, in tema di immissioni anche di rumore, fa esclusivo riferimento al superamento della normale tollerabilità. Sarà perciò interesse del singolo, soggetto leso, attivarsi giudizialmente ogni qualvolta reputi sussistente il superamento della sua soglia di tollerabilità. In ogni caso, ne discenderà l’importanza delle prove da fornire in entrambi i giudizi. Proseguendo dalle premesse fatte, con sentenza n. 34240 del 12.07.2005 la Suprema Corte di cassazione (sez. I penale) ha avuto modo di confermare la condanna di un condomino reo di avere disturbato la quiete ed il riposo dei vicini attraverso l’utilizzo, anche in orari notturni, di un impianto di condizionamento dell’aria fastidiosamente rumoroso. Conseguenza: la violazione dell’art. 659 del Codice penale (disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone), ritenendo a ciò già sufficiente la circostanza che la propagazione di detto rumore potesse essere avvertita da un numero imprecisato di vicini di casa. Sempre con analoga fonte di rumore, l’anno successivo la stessa sezione (sent. n. 23130/2006) ha nuovamente condannato, per il superamento dei limiti imposti dalla legge, il titolare di un ambulatorio medico che disturbava i suoi vicini; anche in questo caso, ritenendo già sufficiente il disturbo come potenzialmente lesivo per un numero indeterminato di persone anche se poi era stata soltanto una di queste ad aver adito l’autorità giudiziaria. In riferimento alla prova, a quella testimoniale potrà efficacemente affiancarsi anche la prova di natura tecnica. Sempre con esempi, lo scrivente ricorda che tempo fa ebbe modo di occuparsi di un caso per il quale bisognava provare che, in orari notturni, un impianto di refrigerazione posto in un vano interrato, di pertinenza di un’unità commerciale allocata al piano terreno di uno stabile condominiale, arrecava molestia agli inascoltati occupanti delle unità abitative soprastanti: posto che le norme di riferimento si identificavano nella legge 26.10.1995, n. 447 (Legge quadro sull’inquinamento acustico), nel D.p.c.m. 14.11.1997 (Determinazione dei valori limite delle sorgenti sonore) e nel D.p.c.m. 05.12.1997 (Determinazione dei requisiti acustici passivi degli edifici), previa richiesta scritta dell’amministratore e dei residenti si otteneva la presenza in loco di personale dell’A.r.p.a. (Agenzia regionale protezione ambientale), che collocava un’apparecchiatura di rilevamento sonoro, dotata di microfoni, in una camera da letto posta al secondo piano, appositamente lasciata libera da persone e tenuta chiusa a chiave. Dopo due giorni e due notti le successive operazioni consentivano di accertare, e certificare in atto pubblico, la persistenza ripetuta di rumori, maggiormente avvertibili negli orari notturni, causati dall’accensione dei motori della refrigerazione. Il superamento in decibel, rispetto al basso rumore notturno di fondo, veniva reputato ben al di sopra dei limiti di legge e della normale tollerabilità. In quel caso non si rese neanche necessario andare a giudizio, si rivelarono sufficienti i rimedi sanzionatori amministrativi che ne conseguirono. Tornando sempre con esempi a casi specifici, di recente con sentenza n. 939 del 17.01.2011, la Cassazione civile, Sez. II, ha evidenziato la differenza che passa tra il superamento dei valori di legge e la normale tollerabilità; il caso riguardava le immissioni sonore prodotte da un grande ventilatore (installato da un soggetto nell’apertura lucifera di un muro comune di divisione tra due unità immobiliari); è stato ritenuto che l’illiceità non poteva considerarsi tassativa, nel senso che il superamento dei limiti di accettabilità stabiliti da leggi e regolamenti disciplinanti le attività produttive era stato posto nell’interesse della collettività; ma che anche il rispetto di tale limite non poteva fare considerare senz'altro lecite le pertinenti immissioni, in quanto il giudizio di tollerabilità va formato secondo i principi dell’anzidetto art. 844 C.civ.: ciò significa che se la collettività riceve tutela già con il superamento delle soglie di legge, a maggior ragione il singolo vicino deve ricevere una migliore tutela a sua salvaguardia, in virtù della sua maggiore esposizione; il suo diritto costituzionale alla salute va perciò ritenuto prevalente rispetto all'attività produttiva che causa i rumori (es. Cass. civ., II sez., n. 5564/2010), correlando il parametro penalmente apprezzabile a quello civilistico. Sempre in ambito penale va comunque precisato che la sussistenza della violazione dell’art. 659 andrà vagliata caso per caso, tenuto presente che non è tassativo che ad agire debba essere una pluralità di persone. Sempre citando alcuni esempi, la Cassazione penale, sez. VII, con ordinanza (di rigetto per inammissibilità del ricorso) n. 26107/2006 ha reputato risarcibile chi non riusciva a dormire per l’abbaiare ininterrotto di cani (disturbo provato dall’esistenza di certificazioni mediche); ciò, nonostante il ridotto ambito di dette molestie poiché il reato è stato giudicato ravvisabile già solo nei confronti di una sola persona portatrice dell’interesse leso (considerato ulteriormente che l’abbaiare notturno di cani restava potenzialmente idoneo a disturbare il riposo o l’occupazione di altre persone ivi residenti); parimenti, anche la sez. I penale della Suprema Corte, con sentenza n. 36241/2004 aveva ritenuto ininfluente che ad essersi lamentato del latrato dei cani fosse stato un solo vicino, ribadendo che il parametro da prendere in considerazione era la potenzialità diffusiva del disturbo sonoro. Motivi per i quali può desumersi che ai fini penali la condotta che rileva è quella lesiva, effettiva ma tale anche a livello di potenzialità e quindi di pericolo presunto, cioè concretamente idonea a ledere una pluralità di soggetti. Sempre di recente, la Suprema Corte, sez. II, con sentenza 09.06.2010 n. 24503, ha ancora una volta escluso, quale criterio per la sussistenza del reato di specie, il superamento del limite di legge ritenendo parametro impiegabile la normale sensibilità e tollerabilità in un determinato contesto socio ambientale (caso di condanna riferito ad un locale pubblico). Alla luce di quanto precede se ne desume – andato vano ogni migliore tentativo di composizione – che prima di agire giudizialmente andranno correttamente valutati i diversi parametri in campo, variabili da caso a caso e tra i quali si annoverano: entità del disturbo sonoro, effetto lesivo al diritto soggettivo, apprezzabilità del pregiudizio arrecato, fonti probatorie acquisibili ed accertamenti peritali ed amministrativi trasfusi in atti pubblici. Ovviamente senza mai tralasciare altri aspetti connessi, come potrebbe avvenire in presenza di impianti di condizionamento rumorosi collocati in alterazione del decoro architettonico dell’edificio condominiale (art. 1120, comma 2, del Codice civile): se ne potrà giudizialmente chiedere la rimozione definitiva, dalla quale non potranno prescindere i benèfici effetti quanto a rumori molesti (il che porta alla mente il brocardo: “Rem tene, verba sequentur” di Catone il Censore, cioè: sii padrone dell’argomento, le parole seguiranno).

Dott. Enrico Macera

Studio Legale Savi – Genova